La penna degli Altri 27/04/2011 11:57
La prima pietra
Il sottosegretario ai Beni e alle Attività Culturali, Francesco Giro sottoscrive il pensiero di Alemanno: «Roma deve uscire dal complesso di inferiorità rispetto alle altre capitali europee». Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo una lunga strada: 3-5 anni, nell'ipotesi più ottimistica. Il progetto per ora è soltanto un'idea nella testa degli americani. Nel business plan sottoposto a Unicredit durante le trattative d'acquisto si è accennato alla volontà di costruire uno stadio da 45-50mila posti, con tutti gli annessi di un impianto moderno. Ovvero attività commerciali, ristoranti, alberghi interni, palchi d'onore etc. Insomma tutto quello che sognano i tifosi e che al tempo stesso garantirebbe alla società di aumentare i ricavi e allinearsi in fretta ai parametri del fair play finanziario.
DiBenedetto è pronto a partire: dopo l'elezione a presidente prevista per l'inizio di giugno inizierà una serie di incontri istituzionali. E parallalelamente Unicredit avvierà i contatti con i potenziali soci italiani a cui vendere una quota del club. Non è detto che il partner prescelto sarà un costruttore, ma in quel caso il suo coinvolgimento nel progetto-stadio sarà automatico. Il gruppo Parnasi ha già messo a disposizione il suo terreno a Tor di Valle, proprio accanto all'ippodromo, per lo stadio del rugby: un'idea poi naufragata e che potrebbe tornare utile alla Roma. Sulla carte, le alternative sono un terreno a Tor di Quinto attualmente destinato all'eventuale villaggio olimpico per Roma 2020 e un'area accanto alla Roma-Fiumicino. Gli americani hanno comunque in mente la costituzione di una società ad hoc per la costruzione dell'impianto e si affideranno all'esperienza di Michael Ruane - uno dei tre soci di DiBenedetto - nel campo della finanza immobiliare. Non solo: un manager dei Red Sox darà il suo contributo sulla base del lavoro svolto per il Fenway Park, lo stadio che DiBenedetto sogna di trapiantare a Roma.
