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La penna degli Altri 06/03/2012 10:26

Buu a Juan, Lazio impunita!

Ma qui il buon Gianpaolo Tosel, distinto ex magistrato friulano che del diritto sportivo ha una profonda conoscenza, può fare poco. Anzi, nulla. Applica delle norme, non può andare certo oltre i limiti del diritto positivo, come si dice in gergo giuridico. Per Marcello Nicchi, presidente dell’Aia, capo dunque degli arbitri italiani, anche Bergonzi aveva le mani legate. «Il razzismo è una piaga, ma l’arbitro non ha la facoltà di fermare le partite. Soprattutto quelle di Serie A, con 80.000 persone sugli spalti. Diventa anche un problema di ordine pubblico». Chi potrebbe intervenire è proprio lui. Il responsabile dell’ordine pubblico. Lui sì che potrebbe decidere di sospendere l’incontro quando sente dei buu a un giocatore di colore. Collina, che adesso parla da designatore Uefa, ha condannato l’episodio. «L’Uefa - ha spiegato a "Gr Parlamento" - è molto attenta al problema del razzismo e, in generale, al problema del rispetto della diversità che vuole far rispettare attraverso le regole del gioco e le campagne di sensibilizzazione. L’Uefa è molto attenta nel punire episodi simili attraverso una procedura molto rigida nelle competizioni europee che arriva sino alla sospensione della partita dove questi comportamenti vengono in atto. Credo sia ora di bandire il razzismo, non dai campi di calcio, ma dalla civiltà umana, perché è un problema di civiltà, non del calcio».

Tre anni fa, la Uefa fa richiamava l’articolo 5 del Regolamento del gioco del calcio per chiedere alle federazioni di sospendere le partite in presenza di episodi di razzismo. L’Italia, ovviamente, se n’è altamente fregata, preferendo scaricare tutte le responsabilità sui funzionari del Viminale. Fa tutto un’enorme rabbia. Perché i buu a Juan sono folli due volte. Per i buu di per sé. E poi perché domenica sarebbe dovuto essere il giorno dell’antirazzismo e dell’antisemitismo. Sarebbe dovuto essere il giorno in cui la Nord non avrebbe dovuto cantare giallorosso ebreo. Come se fosse un’offesa, come se si trattasse di una macchia indelebile, come se etnia, razza o religione attribuissero qualità superiori. Roba da Mein Kampf, da negazionisti dell’ultima ora o forse da imbecilli della prima. L’Assemblea Capitolina e la Comunità Ebraica avevano convinto Roma e Lazio a scendere in campo apposta con un maglietta addosso: no al razzismo e all’antisemitismo. Alla presentazione dell’iniziativa, in Campidoglio, Simplicio aveva detto di non essere mai stato toccato dagli insulti razzisti. Ma ai suoi compagni sì. Adesso ne ha uno in più. È un po’ come per quei beceri pseudotifosi. Se prima c’era il sospetto che fossero qualche centinaia, ora c’è una certezza. Sono qualche migliaio in più.